Il Mindset del “Tiro Marziale”

La Filosofia di AP TAC si basa su alcuni principi che ricordano da vicino il mondo marziale. Nello specifico credo fermamente che quello che facciamo e che impariamo durante le nostre sessioni di allenamento sia effettivamente a tutti gli effetti un’arte marziale nel più profondo significato di questo termine. 

Prima di giudicare le mie parole ascoltami, poiché voglio mostrarti esporre la sintesi delle mie riflessioni.

A seguito di questa mia personale affermazione che ho voluto esprimere nel corso di alcuni video presenti sul mio canale YouTube, ho ricevuto non poche critiche da coloro i quali affermano che porre in similitudine le sessioni di allenamento al poligono con le ben più nobili ed antiche arti marziali, sia stata da parte mia una sorta di mancanza di rispetto a quel mondo di principi e di storia antica. Tali critiche non mi hanno certo smosso dalla mia profonda convinzione che sempre di più il tiro, inteso come disciplina non solo sportiva o professionale, attira sempre più praticanti che hanno la voglia e il coraggio di approcciare questo universo in modo diverso. 

Ma prima di andare a fondo con la condivisione del mio pensiero permettimi di analizzare più nel dettaglio il significato di quello che al giorno d’oggi intendiamo col il concetto di “arte marziale”.  Citando Wikipedia: “Arte marziale si intende un insieme di pratiche fisiche e mentali legate al combattimento. Originariamente utilizzate per aumentare le possibilità di vittoria del guerriero in battaglia, oggi sono una forma di percorso di miglioramento individuale e di attività fisica completa oltre che per difesa personale”

Questa è una delle definizioni corrette che riguardano le cosiddette Arti marziali. 

Se analizziamo questa spiegazione possiamo, a mio avviso, provare assieme a fare una similitudine rispetto al mondo del tiro che io personalmente definisco come “Tiro Marziale” e che tanti di noi vivono come una vera e propria disciplina. Una disciplina che si esprime nella sfera fisica ed ovviamente mentale poiché molto spesso è dettata da forti motivazioni personali che spingono il tiratore marziale ad affrontare le non poche difficoltà derivanti dall’addestramento con le armi da fuoco. 

Per raggiungere il gesto tecnico perfetto l’addestramento deve essere rigoroso attraverso la ripetizione ragionata di movimenti da interiorizzare fino a renderli istintivi. Nella preparazione al tiro con le armi da fuoco questo addestramento viene espresso attraverso i vari “kata” in cui l’arma è percepita come un prolungamento naturale degli arti ed espressione della volontà della mente. Con il termine “kata” s’intende proprio una sequenza di movimenti codificati che rappresentano delle tecniche di combattimento ridotte all’essenziale per evidenziarne i principi fondamentali ed esaltarne l’esecuzione nello spazio e nel tempo.

Se un’Arte Marziale quell’insieme di attività fisiche e mentali legate al combattimento, o alla difesa personale, l’arma che si utilizza è irrilevante. La carabina è il moderno arco. Il soldato si avvale della tecnologia disponibile nell’epoca in cui vive. Non c’è differenza concettuale tra un fante oplita dotato di scudo e lancia e il soldato dotato di fucile d’assalto e protezioni balistiche. Le Arti Marziali sono state codificate per avere un vantaggio contro un avversario. Un sistema ragionato di tattiche e movimenti per combattere in maniera ottimizzata in guerra. Oggi, invece, sono viste come un percorso personale di miglioramento e autodisciplina.  

Stando a tale definizione non posso che restare fermo e deciso nella mia convinzione che il tiratore che approccia il mondo del tiro con dedizione, determinazione e disciplina non possa che considerarsi alla stregua di coloro che ogni giorno affollano le palestre praticando le più disparate arti marziali del passato. Mi viene da sottolineare che in certe palestre vige una morale, una disciplina ed enfasi etica inferiore a quella che permea in alcuni “dojo “moderni dove viene praticata l’arte del tiro marziale. Con la parola giapponese Dojo si indica il luogo dove si svolge l’apprendimento e la pratica delle arti marziali. La sua etimologia significa “luogo dove si segue la Via”.  Proprio così: “Dojo”. È così che mi piace definire il campo di tiro dove il Praticante si addestra nei vari “kata”: prima in bianco e poi a fuoco reale. Il campo di tiro è qualcosa che va oltre la semplice rappresentazione fisica del luogo poiché nel campo (ovvero nel Dojo) il Praticante affina le proprie abilità tecniche, sia esso solo o sotto la guida di un maestro esperto che lo guida sulla Via del tiro marziale. 

Possiamo definire con il termine “addestramento” come l’acquisizione di particolari capacità mediante l’osservanza di regole prestabilite o suggerite dall’esperienza. Sulla base di questa definizione di carattere generale possiamo identificare quelle che sono le parti che comprendono per l’appunto le fasi dell’addestramento al tiro marziale. 

Identificheremo colui che abbraccia tale filosofia come “il Praticante”, un termine che deriva dalle arti marziali e che rappresenta colui che dedito alla “pratica” e al “praticare” l’Arte che egli ha deciso di seguire. Ovvero di seguire un percorso Esteriore ed Interiore che sarà espressione della sua Pratica Marziale, ecco qui di seguito 20 punti che io reputo fondamentali per comprendere al meglio il concetto di “Tiro Marziale”

1 – Il buon Praticante è umile, rispettoso, meticoloso, metodico, ordinato, pulito e non perde tempo, poiché il tempo è una delle forze con cui cerca di misurarsi nella tecnica, così nella vita.

2 – Nello svolgimento dell’addestramento il Praticante diventa lui stesso l’avversario più difficile, poiché egli non potrà sottrarsi dal giudizio della sua consapevolezza, benché nella solitudine della linea di tiro si troverà sempre e solo davanti al suo bersaglio senza nessuna possibilità di mentire.  

3 – Il Praticante che viene accettato in un “dojo” sotto la guida di un maestro è richiesto il silenzio prima della parola.

4 – Ogni movimento viene scandito dal tempo dell’esecuzione che al millimetro si affina e si perfeziona la fluidità dei movimenti. All’inizio si avranno movimenti grezzi e scoordinati e con il passare del tempo sempre di più fini e sempre più simili ad una danza.

5 – Ogni movimento viene studiato smembrato e ripetuto all’infinto portando variazione su variazione al fine di perfezionare la tecnica, nella ricerca infinita della perfezione che mai giungerà, poiché la perfezione non esiste, ma bensì solo il raggiungimento apparente di uno stato dove non vi è più miglioramento. 

6 – Il “dojo” merita rispetto sia esso nella pulizia dopo lo svolgimento dell’addestramento che prima nella gestione certosina degli spazi a disposizione del Praticante che mai dovranno essere caotici e disordinati. La forma, come già è stato detto, sia essa Interna che Esterna sono quei parametri che rappresentano il Praticante. Nessun Praticante potrà aspirare al miglioramento se egli è portato di caos.

7 – Il Praticante deve avere cura del suo equipaggiamento nei minimi dettagli al quale egli dedica ampie risorse. Il Praticante dovrà conoscere in dettaglio la sua attrezzatura analizzando i limiti e i pregi della sua “armatura” al quale dedicherà tempo e costanza nella ricerca e nella strutturazione del suo completo equipaggiamento. In egual misura farà per le sue armi che dovranno essere curate ed aggiornate al fine di essere sempre in linea con le esigenze del Praticante. Egli dovrà rifuggire dallo spreco di denari in futili paccottiglie e massimizzare i propri investimenti nei soli accessori necessari, poiché lo spreco non è contemplato. Lo spreco allontana il praticate dal raggiungere lo scopo.

8 – L’addestramento è suddiviso in diverse aree di conoscenza che a loro volta si suddividono in pratica e studio. Per il Praticante sarà necessario organizzare la sua formazione in relazione alle varie discipline e tematiche che completeranno il suo cammino. Vi saranno momenti dove il Praticante vorrà saltare o addirittura non contemplare alcuni momenti dell’addestramento caratterizzati da fatica e ferrea concentrazione, ma per ogni tecnica che lascerà indietro egli ne pagherà le conseguenze nel momento del confronto.

7 – Il Praticante dovrà prendersi cura in primis della sua mente attraverso lo studio e la meditazione, come altrettanto importante sarà la cura del corpo e della sua agilità. il Praticante a tal proposito dovrà controllare i cibi da lui consumati affinché non lo conducano al trasporto di un peso maggiore di quello che è necessario oltre ai muscoli e all’equipaggiamento. Il Praticante dovrà seguire un’alimentazione sana e un rigoroso addestramento fisico quotidiano al fine di avere un corpo ottimale alla pratica.

8 – L’area di tiro deve essere strutturata in modo che tutto sia al proprio posto senza sprechi di spazio e di tempo, al fine di massimizzare l’efficienza dell’addestramento, che per molti significa ore di viaggio e sacrificio sia esso economico che di lontananza dai propri affetti. 

10 – Il tiratore marziale deve altresì massimizzare il proprio investimento e per fare ciò dovrà sviluppare la propria sessione di allenamento in modo curato e preciso. Ogni sessione di tiro deve essere pianificata, pensata ed eseguita tenendo conto degli obiettivi che egli vuole raggiungere: nulla deve essere lasciato al caso e tutto deve essere frutto di pianificazione. 

11 – L’esercizio deve essere eseguito solo dopo aver preso coscienza di alcuni fattori che dovranno altresì essere considerati come fattori chiave, ma di questo parleremo in seguito. 

12 – Durante lo svolgimento dell’addestramento il tiratore marziale dovrà sforzarsi di imparare l’arte della “non presenza” al fine di focalizzare sé stesso al massimo della sua attenzione sulle azioni da compiere. Azioni che dovranno diventare istintive, la cui esecuzione dovrà essere spontanea.

13 – La Via del tiratore marziale è fatta di studio, di ricerca e non contempla il divertimento, poiché il piacere del Praticante è costituito nella consapevolezza del miglioramento delle proprie capacità. Se pensate che un qualsiasi sacrificio sia un peso, non fatelo, perché sarete incapaci di comprendere il piacere derivante da queste attività. 

14 – Il maestro di tiro marziale non potrà mai imporre dogmi ai suoi studenti. Un buon maestro di tiro marziale è colui che accompagna nella riflessione di cosa sia giusto per ognuno, senza imporre nulla che non sia già parte dello lo studente.

15 – La vera abilità di un maestro non è impegnare lo studente con esercizi difficoltosi, ma bensì di impegnare lo studente nella riflessione delle sue azioni.

16 – Il tiratore marziale deve sempre rispettare in modo disciplinato gli appunti del maestro senza mai mettere in dubbio le osservazioni, poiché nessuno meglio di chi osserva è in grado di vedere i nostri errori.

17 – Un buon maestro deve far riflettere il suo studente con rispetto senza umiliare il Praticante sul suolo del campo di tiro. il Dojo non è luogo di superbia e vanità, ma luogo di conoscenza ed umiltà dove tutti coloro che vi accedono devono essere motivati ed accumunati dalla passione. 

18 – In AP TAC non vi è spazio per lo spreco del tempo. Chi cerca il divertimento che vada altrove, chi è invece in cerca dello studio, della disciplina e di una via da seguire per migliorarsi e migliorare sé stesso, sia il benvenuto. 

19 – AP TAC vuole essere quel Dojo a disposizione per coloro i quali approcciano questa attività in modo serio e disciplinato.

20 – Ai praticanti che si avvicinano alla nostra filosofia è richiesto impegno, serietà e dedizione poiché noi siamo i primi a garantire quanto appena menzionato. Non c’è approccio alternativo, non esiste leggerezza nell’onore di detenere tali conoscenze, non è contemplato il gioco fine a sé stesso. 

Queste parole forse ti potranno suonare “strane”, visto che a oggi il tiro nel mondo civile è di fatto vissuto come uno sport e un’attività meramente ludica, ma ci sono alcuni, forse pochi, che nel tiro trovano non solo il divertimento, il relax e una scusa per passare un po’ di tempo con degli amici, ma anche e soprattutto una passione che a volte muta in una vera a propria connessione sia essa mentale, fisica e in certi casi anche spirituale. 

Alex Pineschi ( fondatore AP TAC )